sabato 3 ottobre 2015

Sat Chit Ananda

Facciamo un po' di chiarezza, per i non addetti ai lavori.

Quello di cui parliamo qui, è il Risveglio, o Realizzazione.

Di cosa? Di ciò che Sei.
Quello che avviene quando questo accade, è che l'io si fonde con il Sè.
Cosa rappresentano e cosa indicano questi termini?

L'io è il pensiero "io", che contiene e produce tutti gli altri. 

E' l'equivalente e il sinonimo di "ego", ed è la causa dell'identificazione con il corpo-mente. 
Qui la parola chiave è "identificazione": noi siamo quello che pensiamo.
Questo predetermina il nostro punto di vista fisso di base e, conseguentemente, tutti i risvolti della nostra vita. 
La Coscienza, che è ovunque ed è Tutto, viene "personalizzata" in un sistema biologico pensante (quello che viene riconosciuto come "io"), e finisce per credere ed essere convinta che questo sia tutto ciò che esiste. Quello siamo noi.

Quello che qui definisco "Sè", è la Sorgente da cui tutto scaturisce. Per definizione, come dicono anche i testi sacri, è assoluto, incondizionato e anteriore - quindi prima - a tutto il resto: al corpo, alla mente e in definitiva al mondo, così come ne facciamo esperienza.

Perchè l'io si fonde nel Sè quando accade il Risveglio?

L'io è una distorsione del Sè, derivato da una mancanza di consapevolezza del proprio Centro, il  Cuore. Da questa sorge quella che si chiama "separazione". Ma da cosa? Proprio da questa stessa Sorgente. 
Gli uomini l'hanno chiamata Dio, e hanno pensato che dovesse stare nei cieli, per quanto era grande la sua creazione, perchè il cielo non si poteva raggiungere, e non era comprensibile. 

L'eterna ricerca dell'uomo è quella di porre fine alla sua sofferenza o, specularmente, di trovare la felicità, che comprende l'amore, la gioia, la pace e tutte quelle qualità belle e desiderabili per cui lottiamo ogni giorno. 
Questa felicità dev'essere durevole, sempre presente. 
Perchè la cerchiamo? Perchè da qualche parte, dentro di noi, sappiamo che è possibile averla, che esiste questa possibilità. 
Tutto questo mondo, esoterico, mistico, spirituale si basa e ha come unico scopo l'ottenimento di questo stato di felicità, che in India chiamano da sempre "Ananda", beatitudine.
Questa beatitudine è uno stato continuo, ed è solo dell'Essere. 
L'essere che contempla sè stesso, fa scaturire questa beatitudine.
Nei Veda, questo stato è definito Sat-Chit-Ananda: 
Essere - Coscienza - Beatitudine.

Perchè insisto sul fatto di rimanere nell'essere, nella sensazione di essere o di "io sono" (che è la stessa cosa), e di starci ogni volta che potete? 

Perchè se lo fate e riuscite a trovare quel punto, assaggerete un po' di questa gioia, e capirete di cosa stiamo parlando. L'effetto collaterale è che difficilmente ne potrete fare a meno, dopo.
La pratica, qualsiasi pratica spirituale, tende verso questo: l'unione con il divino che dimora in noi.

Un consiglio però: non fatevi nessuna aspettativa. Sgombrate il campo da qualsiasi pensiero di ottenimento. 

Non ci potete arrivare perchè voi, in quanto pensiero "io" e tutto ciò che ne consegue, siete l'unico ostacolo esistente alla realizzazione.

Lasciate andare tutto, rilassatevi, e state nella sensazione di essere.  

Un bel giorno rimarrà solo Quello. 
E sarà il giorno in cui troverete la felicità incondizionata.  



giovedì 24 settembre 2015

La mia storia

Da sempre, da quando ne ho memoria almeno, ho nutrito forte amore, passione e interesse per tutto quanto concerneva il Mistero, in tutte le sue accezioni. Più nel dettaglio, il mistero dell'esistenza, dell'uomo, della vita, di Dio.
Ho iniziato ormai più di 15 anni fa, a interessarmi seriamente della questione, con libri, documentari, e tutto quanto riuscissi a trovare  su questi argomenti. 

Sono passato per le antiche civiltà, gli alieni, i cerchi nel grano, la terra cava, i vari esponenti delle new age, la fisica quantistica (che 10 anni fa in pochi sapevano cosa fosse), la biologia delle credenze, il potere della mente, la cabala, l'alchimia, la magia, l'esoterismo, la teosofia, la quarta via, le filosofie orientali, shakti e kundalini, i maestri ascesi, il channeling... Tutto questo mi attraeva enormemente, e avevo fame di conoscenza. Volevo sapere. Volevo risposte.

Contemporaneamente cercavo di ritrovare nella realtà di tutti i giorni i segni e i barlumi di quello che acquisivo come nuova conoscenza. Osservavo curioso e affascinato la vita, conscio che c'era qualcosa che continuamente, ancora, mi sfuggiva.

Nonostante tutta la conoscenza accumulata, non riuscivo a venirne a capo. Più di tutto, quello che mi veniva da fare, in maniera naturale, era cercare la sintesi, i punti di incontro e la verità ultima di tutti i vari insegnamenti con cui ero entrato in contatto. Un'impresa quasi impossibile, anche perchè per carattere tendo ad essere molto preciso, a non lasciare indietro nulla. Da uscirne pazzi. Ma non è che me ne importasse molto.
Dovevo far quadrare l'equazione della verità assoluta. 
Ma non ci riuscivo. 
Per quanto potessi svenarmi e scervellarmi, non quadrava quasi niente. Ogni insegnamento, ogni maestro diceva la sua, e spesso in netta contraddizione l'uno con l'altro. 
Dove stava la verità? - mi chiedevo continuamente. 
Volevo seguire una Via che fosse tale, che fosse La risposta. 
Ma niente di quello che trovavo mi convinceva del tutto. 

Nel frattempo, cercai un Maestro che per me fosse tale, e lo trovai. 
Uno di quelli grossi, in tutti i sensi.
Passai diversi anni alla sua scuola. Imparai molto, moltissimo, ed ebbi l'occasione di mettermi alla prova a 360 gradi. 
Capii che le mie risorse erano molto più grandi di quello che immaginavo. E feci esperienza, molta, in quel periodo. Sia a livello spirituale che materiale.

Poi ci fu quella che io chiamo "la rivelazione".
In seguito a ricerche incrociate, come le chiamo io, capii per l'ennesima volta che qualcosa non quadrava, che non stavo andando dove volevo, o che non stava andando come avrei voluto. Mi ero lasciato portare, entusiasmare, ma quella non era la mia strada. A quel punto lo sapevo con certezza, da qualche parte dentro di me. 

Fu un periodo molto, molto buio, quello che seguì. 
Persi ogni speranza, consapevole per vari motivi che quello che avevo fatto fino a quel punto non mi aveva portato da nessuna parte. Mi sbagliavo, ovviamente, ma a quel tempo non lo sapevo. 
Fu il mio fallimento, come iniziato su un sentiero spirituale. 
Ne seguirono molti altri, ma questo è quello forse più eclatante, perché spezzò il mio percorso idealmente in due tranche, il prima e il dopo quell'evento.

Dopo questo periodo veramente nefasto, a tutti i livelli, ritrovai in qualche modo la strada. 
Scoprii gli insegnamenti dei grandi maestri tibetani, al di là delle scuole e delle tradizioni, quelli dello shivaismo kashmiro e in ultimo l'advaita vedanta, tradizionale e moderno. 
E' a quel punto che accadde la svolta. 
Ci misi anni, a studiare tutti i vari insegnamenti, i maestri, quello che dicevano e quello che non dicevano. Provando a far quadrare il cerchio. 
Nel contempo, la vita era il mio campo di prova: cercavo di applicare tutto quello che imparavo nel quotidiano, di farne effettiva esperienza. 
Era uno studio sul mio essere, un'esperienza interiore, sempre. Sondavo me stesso, ogni cosa, ogni millimetro, ogni sfaccettatura della mia interiorità in ogni momento, per quanto potevo. Era il mio modus operandi: andare fino in fondo, o sempre oltre, se preferite. 

E in questa ricerca introspettiva, scoprii non solo che tutto coincideva perfettamente, ma che era sempre stato tutto assolutamente perfetto. Ebbi il quadro completo della mia vita, fino a quel momento, in mano. Proprio quando avevo rinunciato del tutto a capirci qualcosa. Tutto quello che avevo fatto era stato necessario per arrivare a questa comprensione. Che non è conoscenza, attenzione. Quando parlo di "comprensione", intendo un reale vissuto, una conoscenza portata nell'esperienza, realizzata nella fisicità. 

Avevo un obbiettivo ben chiaro, a quel punto: volevo sperimentare questo stato di coscienza di cui si parlava, e di cui parlo sempre anche qui, perché è Amore, ed è un po' come essere sempre innamorati. Lo volevo più di ogni altra cosa. Sinceramente, con tutto il Cuore.

Infine, qualche tempo fa, semplicemente, accadde. 
La fine della ricerca.

E ora sono qui che provo a passarvelo, a comunicarvelo e, perchè no, a insegnarvelo. Per quello che posso, s'intende, e per quanto mi compete per quel pezzo di strada che ho percorso. 
Non ho nessuna pretesa, sia chiaro. Esprimo solo quella che è la mia esperienza e il mio sentire. Per me è una passione, molto semplicemente. Non posso fare a meno di parlarne :)

E ci tengo a specificarlo: quello che trovate e troverete qui, in particolare i testi scritti da me, sono frutto della mia esperienza vissuta, non teorie. 
Io so che funziona così, perchè l'ho sperimentato. 
Poi ognuno ha la sua strada da fare, e per ogni persona sarà diverso. 
La verità del vostro essere, però, rimane sempre una sola. 
Ed è raggiungibile sempre, in ogni momento, se solo avete l'ardire, il coraggio e la passione di volerlo davvero.

Pace a tutti, e buon viaggio.

G



martedì 18 agosto 2015

Della morte, dell'amore

Riporto questo articolo perchè lo ritengo chiarificatore e pregno di un importante insegnamento. Inoltre contiene informazioni sui diversi punti di vista delle varie scuole e tradizioni, che possono essere utili al ricercatore che si trovi spaesato in mezzo al mare di teorie e concetti che queste filosofie portano con loro.

Non da ultimo, l'esperienza e la testimonianza in prima persona di Ed Muzika, un maestro realizzato, va oltre la mera comunicazione letterale.

Non preoccupatevi se non vi è tutto chiaro subito. Cogliete quello che vi risuona e ritornatevi sopra in un secondo momento se ne avvertite il bisogno.

Buona lettura :)



La morte dell'ego

Edward Muzika (Edji) risponde a uno studente


Studente – Consentimi una domanda sulla natura dell’ego, come può morire
ciò che non esiste?



Edji:

È probabilmente a causa della celeberrima testimonianza di Ramana sulla propria esperienza d’illuminazione, che egli percepì come una morte fisica, che è diventato abbastanza comune pensare che l’entità conosciuta come ego, io o me debba morire all'interno dell’esperienza di risveglio.

Almeno, questa è la verità che si racconta in alcuni circoli dell’Advaita.

Ma se esaminiamo quest’esperienza da vicino, vedremo che Ramana parla di 
una morte immaginaria del proprio corpo e che non collega quest’esperienza di morte a qualcosa di più profondo, come all'io o al me. Infatti egli dice che la prima esperienza che si deve cercare nell’autoindagine è l’esperienza dell’Io-Io, ossia il senso di connessione tra il piccolo io della persona e il Sé. Perciò l’esperienza del piccolo io è un sentire, non un’entità, e questo sentire va e viene.

Robert Adams quando parlava della sua esperienza di risveglio diceva che il suo senso di sé si espanse fino a riempire l’universo percepito ed essere identico ad esso. C’era fusione con la totalità dell’universo da lui percepito, ma non parlò mai della morte di qualcosa. Egli cioè vedeva la propria natura essenziale fusa con la totalità, e quindi ritornava alla coscienza ordinaria, ma con la fantastica conoscenza di non essere umano né di essere un corpo.

I buddisti della scuola più antica, la theravada, parlano dello “spegnersi del 
desiderio”, del diventare un vaso vuoto, ma nel buddismo non esiste nessun sé che muoia. I desideri e le vasana [le tendenze nascoste del carattere] devono
essere sradicate attraverso la pratica prolungata, ma non c’è nessun sé che muoia. Il sé non è altro che un fascio di impressioni – pensieri, emozioni,
sensazioni, immagini, ricordi ecc. – legate insieme alla meglio all’interno della mente.

Da nessuna parte nello zen si può trovare il concetto di morte dell’ego. Ciò che si trova è l’enfasi ad abbracciare la totalità del momento senza interferenze della mente.

Nel libro di David Godman vi è il racconto di come Nisargadatta si accertò che un allievo di nome Rudi avesse raggiunto la piena illuminazione, riversando quindi lodi su di lui. Nel racconto i due si sfidarono [discutendo sull’illuminazione], fino a che Nisargadatta non pose a Rudi la domanda: “Il risveglio non è veramente completo fino a che tu non muori, non è così?”. La risposta di Rudi fu la stessa che avrei dato io. Egli disse: “Come puoi dire cose del genere? È tutta un’illusione, che cosa dovrebbe dunque morire?”

Ora mi chiedo, cos’è che quelli che fantasticano sulla morte dell’ego sperano di ottenere da questa esperienza? Essi devono avere un concetto o un’idea delle conseguenze della dissoluzione delle loro stesse fantasie; si tengono cioè aggrappati al concetto di qualche stato trascendentale che deve esistere e che è altro da ciò che essi conoscono nella quotidiana dissoluzione dell’ego che tutti sperimentano (specialmente chi pratica la meditazione), o che in qualche modo è diverso nella permanenza. Ma non è questa idea nient’altro che una fantasia? Quale tipo di esperienza soddisferà la brama prodotta da una fantasia?

Si può ottenere molto presto lo stato di meditazione chiamato nirvikalpa samadhi, in cui il senso dell’io e del corpo scompaiono e quindi si sperimenta l’unità col mondo. Questo samadhi, una volta che sia stato sperimentato spesso nel corso degli anni, diventerà presumibilmente sahaja samadhi, ossia la dissoluzione permanente dell’individualità e l’entrare in un costante stato di unità e di fusione.

A Robert fu spesso chiesto se sperimentasse il mondo in questo modo, in una completa fusione. “Ovviamente no.” era la sua risposta, “Non potrei funzionare se non vedessi il mondo come lo vedete voi”.
Allora mi chiedo, cos’è che questi ricercatori della dissoluzione permanente del loro sé fantasioso [ossia non realmente esistente] cercano? Cos’è che cercano se non la permanente espansione dello stato temporaneo di non-io che si ottiene in meditazione? E a quale scopo? Qual è il beneficio d’essere in un qualche stato di dissoluzione dell’ego invece di entrare e uscire da questo tutti i giorni?

La stessa domanda vale per l’illuminazione stessa. Cos’è che le persone pensano sia l’illuminazione quando ricercano il risveglio? Ne hanno qualche pallido indizio, o è tutta fantasia? Quale tipo di esperienza soddisferà questo fantasioso desiderio?
In coloro che credono in una qualche esperienza di morte permanente del sé c’è il desiderio, o la fame, per un’esperienza non ancora conosciuta o per un fantasticato completamento.

Vedete, esperienze di fusione, esperienze della completa morte del sé, nel 
senso che l’io e la mente scompaiono, sono estremamente comuni e facili da ottenere in meditazione. Tuttavia la normalità continua sempre a tornare dopo ogni esperienza di non-sé. Cioè, la mappa interiore del sé e degli altri oggetti e concetti ritorna, permettendovi di funzionare nel mondo.

Nello zen lo sforzo non è diretto verso il trascendere l’ego, o sé personale, attraverso la morte, ma nel porre fine al suo predominio e nell'integrare entrambe le esperienze del sé e del non-sé nella vita quotidiana. Tale integrazione avviene sedendo quietamente in meditazione e leggendo le scritture nello zen soto, o attraverso un intenso lavoro sui koan [nello zen rinzai] che va a integrare vari aspetti dell’esperienza del non-sé in un corpo di conoscenza, il quale viene assimilato dallo studente come esperienza zen, o vita zen.

Quando ero un neofita studente zen e sperimentavo la totale dissoluzione di qualsiasi senso di sé molte volte al giorno, ero solito chiedermi quale dei due stati fosse reale. Era vero lo stato di unione, del sé/non-sé [ossia un sé non individuato, che non è un io individuale] e della dissoluzione del personale che trovavo nella meditazione profonda, dopo che la mente era stata lavata via come acqua che sparisce in un tombino e si rimane senza pensieri, senza sé, e completamente fusi col mondo? O era vero lo stato della mente ordinaria a cui ritornavo dopo ogni stato senza mente? A quel tempo non potevo concepire che questi due stati fossero ugualmente reali e irreali, dato che erano esperienze così diverse, e si presentavano in modi così diversi. Io ero convinto che dovesse essere reale o l’uno o l’altro dei due.
Solo parecchio tempo dopo, nel 1995, scoprii che erano entrambi irreali; persino lo stato di unità non è reale. È evidente che quello stato [di unione] appare “a me”; ma io sono al di là della coscienza e completamente separato da essa.

In quello stesso anno ebbi un’esperienza di risveglio mentre facevo la doccia. Io rivolsi la mia attenzione dentro di me e mi chiesi “Chi è che sente l’acqua scorrere su questo corpo?”. Mi ero già chiesto domande simili decine di migliaia di volte, ma questa volta, in questo stato mentale ordinario, guardai dentro e vidi il vuoto interiore che stava sempre lì… e vidi che non c’era nessun “io”. Vidi che non c’era nessuna entità, nessuna persona, nessun Ed che prendesse possesso di quell'esperienza. Il vuoto stesso era permeato da una consapevolezza non centralizzata che osservava, priva di pensieri, l’acqua che batteva sul corpo.
Che sbalorditiva esperienza. Scoprii che la parola io non aveva alcun ente né oggetto concreto a cui riferirsi. C’era solo un unico vuoto che racchiudeva sia l’interno che l’esterno, senza alcuna distinzione tra loro. Non ero il mio corpo ma ero dappertutto – permeando l’universo che era il mio corpo – la totalità della mia esperienza nell'immediata presenza, senza separazione.
Vedevo come la parola “io” si riferisse a un concetto vuoto. Non c’è un io e non c’è un non-io; non essendoci un io all'interno, non c’è neanche un non-io all'esterno. La distinzione tra interno ed esterno scomparve; la coscienza non aveva più distinzioni e permeava tutto. Tutte le parole erano vuote; tutte le forme erano assorbite nella vacuità, ed erano prive di qualsiasi sostanzialità e permanenza. Io, qualsiasi cosa fosse, non ero reale; tutto quello che percepivo, pensavo e sentivo non era reale.
Non c’era esperienza o entità che si autosostentasse ed esistesse separata da me. L’esistenza, il mondo e le entità erano permeate dal vuoto e da me, ma io stesso non avevo esistenza, non c’ero. C’era solo l’osservazione di oggetti che non avevano realtà.

Da quella realizzazione – e ce ne furono altre a seguire – è adesso subito 
visibile che non c’è ego (l’io fantasioso) che possa avere una qualche esperienza, inclusa quella di morire. C’è solo una serie di pensieri, ricordi, sensazioni, immagini che sono legati insieme alla meno peggio nella mente e che nell'insieme creavano la sensazione di un “me”. Quando si è visto chiaramente che questa entità, l’ego, non esiste, dov'è più qualcosa che possa morire? Semplicemente si ride dell’errore di aver creduto che c’era un io, o un ego, e il mondo in primo piano.

Quindi cercare, per qualsivoglia fantasioso motivo, un’esperienza di morte di qualche entità sé è uno sforzo che dev’essere visto con sospetto, in quanto quella persona non vive nel presente, nell’immediatezza dell’adesso.
Come Robert affermò, il sahaja samadhi è meramente un ritorno all’ordinario, ma che è ora riempito dalla meraviglia della straordinarietà e dalla conoscenza che il mondo non esiste e che la mia natura essenziale non è toccata dal mondo, io sono completamente al di là di esso.


Ed






· Postato in italiano su www.itisnotreal.net il 27 settembre 2011
· Titolo originale: The death of the ego
· Testo originale in inglese postato su http://itisnotreal.blogspot.com il giorno 30 aprile 2011
· Traduzione dall’inglese di Sergio Cipollaro
· Le note tra parentesi quadre sono del traduttore

giovedì 23 luglio 2015

Guardare dentro per vedere fuori

Una persona sulla via della consapevolezza si trova, solitamente, a dover affrontare parecchi ostacoli, a vari livelli. 
In qualche modo, sei sempre in lotta contro il mondo. Contro le sue convinzioni, i suoi ideali, i suoi modi di vivere, il "funziona così e basta, ti devi adeguare". Sempre in controtendenza. Fuori dai suoi schemi. E i tuoi amici e le persone a te più vicine potrebbero pensare che sei folle, ad opporti in maniera così drastica allo status quo. 
La gente ha paura, di pensare fuori dagli schemi, di interessarsi a cose "pericolose", proprio perchè sfidano tutto quello in cui tutti hanno sempre creduto. E questo è uno dei massimi affronti. Sfidiamo la nostra tribù, il nostro clan, per portare nuovo movimento ed evoluzione dove c'è stagnazione. 
Un tempo si veniva bruciati sul rogo per questo. Ai giorni nostri si è un po' più clementi, ma la pillola rossa di Matrix è sempre dura da mandar giù, all'inizio.
A meno che tu non ne possa più fare a meno, e di solito è così, allora diventa l'unica scelta percorribile.

In realtà, tutti questi ostacoli non sono propriamente necessari. Sono lì perchè tu pensi debbano esserci, perchè ancora non hai fatto pace con te stesso e le tue scelte.
La verità è che il mondo fuori rispecchia esattamente il tuo schema di pensiero, quello che credi veramente. Riflette le tue divinità interne, implacabilmente. Che siano i soldi, il sesso, il potere, la mancanza o il senso di colpa. Tutte quelle che sono le tue vere credenze ti vengono messe davanti quotidianamente, affinchè tu possa vedere chi sei, sul serio e non in base alle storie che ti racconti.
Quindi se lavori con la legge d'attrazione o similari e hai una vita che non è proprio esattamente come l'hai sognata o come la vorresti, c'è bisogno di guardarsi un attimo dentro e vedere cosa c'è che non va.
Io posso anche pensare di credere nell'amore, nella luce e nella bontà dello spirito, solo perchè mi fa comodo. Ma la realtà dei tuoi pensieri profondi è ben diversa. E la realtà ti rispecchia esattamente la tua verità più profonda, o quello che ancora non hai visto e messo a posto dentro di te. 
Ti senti una vittima della vita e non fai che lamentarti? Benissimo, sarai messo nelle condizioni di essere proprio una vittima e di vivere appieno questa esperienza, fino a quando non ne avrai abbastanza e cambierai punto di vista. 
Questo processo funziona sempre.
Non possiamo mai fuggire da noi stessi, perchè quello che siamo ci viene messo davanti in ogni attimo. 

Per questo, sulla base della mia esperienza, mi permetto di dare qualche indicazione:

1) Essere implacabilmente onesti con sè stessi

Perchè non lo siamo. Noi siamo la caricatura ben strutturata e ammantata di rigore, finzione e brillantini. Non siamo quello che abbiamo costruito della nostra persona. Anche perchè tutta la persona è un costrutto. Una finzione. Non esiste se non perchè noi abbiamo stabilito che debba esistere e continuare a farlo. 

Essere onesti con noi stessi significa andare a vedere chi siamo, a 360 gradi, in tutto e per tutto, senza ritegno e senza filtri. Esplorare le acque superficiali e soprattutto quelle profonde del nostro animo. Ricordandosi sempre che qualunque ombra troveremo, è solo un fantasma di passaggio, se noi non gli diamo attenzione e non fuggiamo disperati e pieni di paura (la paura è attenzione). E che non siamo giudicabili nè punibili proprio da nessuno, Dio compreso. Siamo noi di solito quelli che si giudicano, in primis. Ma non serve mai a nulla, sappiatelo. Se non ad appesantirsi inutilmente. 

Guardate bene chi siete e abbiate il coraggio di accettarlo. Si parte sempre da qui.

2) Imparare a sentire

Trovate quello con cui risuonate. 
Man mano che diventate onesti e sinceri con quello che c'è davvero dentro di voi, si apre uno spazio. Quello spazio potremmo definirlo il "sentire": un sapere intuitivo sempre presente, di solito velato dalla nube perenne di pensieri. Il sentire è qualcosa che proviene dal Cuore ed ha un timbro estremamente riconoscibile. Imparate a riconoscerlo e a prendere contatto con questa parte di voi rimasta in disparte finora.
Il sentire è una vera e propria guida. Se imparate ad ascoltare, vi dirà esattamente cosa fare e cosa no, cos'è bene per voi in un determinato momento, piuttosto che indicazioni specifiche sulle decisioni da prendere. Vi farà anche da tutor, nel momento in cui leggete cose che riguardano la spiritualità, come ad esempio canalizzazioni o messaggi e insegnamenti di vario tipo. Quando il messaggio vi arriva e per voi è buono, lo sentite risuonare dentro di voi in maniera molto precisa. Non è qualcosa "di testa". Lo sentirete vero per voi. E non importa cosa ne pensa chiunque altro, voi lo seguirete e lo interiorizzerete, perchè lo percepirete giusto a tutti i livelli. 
Familiarizzare con questo tipo di percezione è importatissimo, perchè ci indica con estrema precisione dove siamo e di cosa abbiamo bisogno e ci riporta in comunicazione con la parte più profonda di noi. Io la chiamo la Guida del Cuore. Ascoltatela.

3) Ascoltare, interiorizzare, ripetere

Il nostro cervello apprende attraverso la ripetizione.
Tutto quanto descritto nei passaggi sopra non sarà immediato. Potrebbero servire anni, o forse no, dipende da voi e da quanto siete appassionati. 
Vi sentirete persi una quantità impressionante di volte, ed è giusto che lo sappiate. Non si fa dall'oggi al domani. Ma è importante, secondo me, rimanere costanti e "ripassare" ogni giorno gli insegnamenti che più vi ispirano, per ricordare, memorizzare e implementare quel nuovo pensiero o schema, affinché possa diventare una realtà effettiva per voi. 
Finchè il tutto rimane un pensiero non avrete grandi risultati, ma servirà allo scopo. E' necessario che il pensiero scenda nella materia: occorre vivere l'insegnamento, diventare l'insegnamento, essere l'insegnamento. Altrimenti sono solo altre storie che ci raccontiamo, che non fanno effettivamente presa sulla nostra esistenza e non producono un vero cambiamento di prospettiva e di vita. 
Per fare questo bisogna stare sempre sul pezzo, o almeno il più possibile, ognuno a seconda delle sue possibilità. 
In alcune vie si parla di "Ricordo di sé". E' un termine molto azzeccato, perchè esprime proprio questo concetto. Dobbiamo imparare a tenere costantemente a mente l'insegnamento e a renderlo vivo dentro di noi. Solo così possiamo crescere. 

4) Avere fiducia nel processo

Questa è un po' più difficile, ed è forse la vera spina nel fianco. 
Imparare a fidarsi della vita, dello spirito nelle sue infinite forme e del processo evolutivo a tal punto da sapere che ogni cosa è buona, anche quelle che possiamo considerare dal nostro limitato punto di vista come "catastrofi". Tutto arriva per insegnarci qualcosa e per il nostro bene, che ce ne rendiamo conto o meno. Anche le situazioni peggiori. 
Ricordatevi sempre che qualunque prova ci troviamo davanti, è stata messa lì proprio perchè siamo in grado di affrontarla. Non ci viene mai dato qualcosa di impossibile per il nostro stato di coscienza di quel momento. Tutto è sempre in equilibrio, e la vita è sempre buona e gentile, ma dobbiamo imparare ad andare, a fluire con lei, anzichè contro di lei. Opporci alle situazioni non migliora le cose, mai. Trovare nuovi punti di vista e nuove consapevolezze dovrebbe essere il nostro scopo, per vedere nel disastro un'opportunità. Certo non è facile, ma su questo si basa la fiducia, in un principio superiore e ordinante che sa esattamente dove vogliamo andare e come portarci là, nelle modalità e nei modi più consoni al nostro apprendimento. Fidarsi della Vita, Fidarsi del Principio Divino che alberga dentro ognuno di noi è uno dei compiti più ardui, ma più importanti dell'intero percorso spirituale. 

Concludo con una citazione che mi è sempre piaciuta molto e che va ad integrare quanto detto finora:


“Come un’ape cerca il nettare
da tutti i tipi di fiore,
si cerchino gli insegnamenti dovunque;

come un cervo che va a trovare
un posto tranquillo per pascolare,
si cerchi la solitudine, per digerire
tutto quello che si è raccolto.

Come un pazzo,
al di là di ogni limite,
si vada ovunque piaccia,
vivendo come il leone,
libero da tutte le paure.”

(da un tantra dzogchen)




lunedì 6 luglio 2015

Schemi di realtà




Il percorso verso la conoscenza di sè stessi è una questione spinosa, non tanto perchè oggettivamente lo sia, ma perchè non siamo agevolati in questo tipo di ricerca dal tipo di vita che viviamo.  

Siamo pieni di condizionamenti, credenze erronee e limitate e concetti obsoleti e falsati che, anche se non ce ne accorgiamo, pregiudicano continuamente il nostro vivere attraverso lo schema di interpretazione della realtà che ognuno di noi possiede. 

Schema che viene assorbito nei primi anni di vita e che, se non viene messo in dubbio e contestato il prima possibile attraverso un'indagine approfondita, rischiamo di portarci dietro finché morte non ci separi. 
Lo schema, lo uso al singolare per semplificare, è come un filtro composto da tutti i sistemi di credenza e convinzione ai quali abbiamo aderito inconsapevolmente durante tutta la nostra vita. 

Questo filtro è tenuto insieme dai collegamenti neuronali che vengono attivati in riposta a un pensiero e a uno stimolo esterno di un determinato tipo. 


Noi ci conformiamo alla realtà sulla base dell'attivazione di quei collegamenti, in risposta a quel determinato stimolo. Di conseguenza, non rispondiamo all'evento esterno, qualunque esso sia, in maniera limpida e chiara, perchè non lo osserviamo nella sua realtà oggettiva, lo osserviamo nella nostra realtà, ovvero dentro la nostra testa, all'interno del nostro particolare schema di risposta sinaptico. 

Il pensiero a sua volta è collegato a doppio filo con l'emozione associata allo schema specifico attivato di volta in volta.
Va da sé che tutto ciò che ci provoca un seppur minimo disagio, ha la sua radice nel nostro cervello e nel nostro schema di credenza specifico, NON nella realtà delle cose così come sono, senza la sovrapposizione della nostra opinione a riguardo, del nostro giudizio o delle nostre paure.

Se volessimo semplificare, diremmo che questi filtri, questi schemi, sono quello che in India hanno sempre chiamato "il velo di Maya", cioè l'illusione che ci impedisce di vedere la vera Realtà. 
Per una semplice regola di specchi, noi possiamo vedere la Realtà solo se siamo la Realtà.

E' sottinteso che ci sia qualcosa che ci è sfuggito, nei secoli dei secoli, perchè noi crediamo tutti a quello che possiamo vedere e toccare con mano, a tutto ciò che può avere una realtà concreta. 
Il problema è che la realtà concreta non esiste, se non con il nostro permesso e la nostra chiamata: siamo degli invocatori di realtà. Qui si trova la radice della storia di tutti i maghi in tutti i tempi.  

Noi attraiamo, per risonanza simpatetica, tutte le energie conformi ai nostri stati di pensiero-emozione.
Il nostro sistema di credenza determina tutta la realtà, da quando ci alziamo la mattina a quando andiamo a dormire. 

Questo tipo di discorso viene declamato da molti esponenti della nuova spiritualità ormai da anni come un dato di fatto.
Potete verificare anche nella vostra vita come questo sia vero, semplicemente stando attenti al rispecchiamento pensiero/realtà. L'attenzione, in questo senso, è il primo passo verso la consapevolezza e verso la liberazione.
L'attenzione non deve essere paranoica, concentrata o forzata, ma leggera e rilassata. Così come dovremmo esserlo noi, in tutte le circostanze della vita. 


Tornando al tema di partenza, diciamo che una via spirituale consiste principalmente nel divenire consapevoli di tutti i nostri schemi, i filtri, andando a vedere cosa troviamo dietro gli innumerevoli veli che ci siamo (si, ci siamo) messi davanti agli occhi. 
E' così che, divenendone consapevoli, sgomberiamo la strada dell'energia e cominciamo a fare spazio per il cambiamento, per qualcosa di più bello e appagante.
Cominciando a "ripulire la visuale", accade che iniziamo a vedere un po' di più con gli occhi dell'Anima, piuttosto che con quelli del piccolo io che abbiamo sempre creduto di essere. E si attiva l'intuizione, che prima era sopita, quella vocina interiore che di rado ascoltiamo, ma che è sempre stata presente per guidarci lungo la strada.

Vedere fuori è vedere dentro: le due cose non sono scollegate, ma perfettamente speculari. Per fare un esempio, se noi pensiamo di essere non meritevoli di niente, la nostra vita ci porterà esattamente quello che corrisponde in questo caso, al nostro stato interiore di scarsità: la mancanza. 

Il lavoro sta nel vedere la falsità e l'inconsistenza di tutte queste sovrastrutture menzognere che ci siamo appicicati addosso, perchè qualcuno ci ha detto che le cose stavano così e noi ci abbiamo creduto.

La via spirituale è il trovare ed essere chi siamo veramente, al di là di tutte le illusioni. 
"Conosci te stesso e conoscerai l'universo e gli Dei", recita l'Oracolo di Delfi. 
Il primo passo per conoscere se stessi è riconoscere se stessi, guardarci veramente in faccia con sincerità e onestà, imparare ad accettare e ad accogliere quello che vediamo. E infine arrivare ad amarlo, al di là di ogni giudizio e compromesso.  

Ma di questo parleremo un'altra volta :)

lunedì 29 giugno 2015

Un cuore sincero

Ci sono due tipi di persone: quelli che seguono una via spirituale e quelli che non la seguono.  
Poi quelli del terzo tipo, che sono quelli che non hanno bisogno di seguirla, perchè sono già naturalmente presenti a se stessi ed evoluti abbastanza da vivere la loro vita già praticamente liberi, nel corpo e nello spirito.

Nel buddhismo tibetano, in particolare, questa sorta di differenziazione dei tipi umani, determinata dall'evoluzione sulla via spirituale, stabilisce se qualcuno è qualificato o no per ricevere determinati insegnamenti e quali.

Queste differenze potrebbero sembrare una discriminazione, ma si attengono a dei canoni molto precisi. Una sorta di scienza esatta dello Spirito.  


Questo modello ha sempre funzionato e continua a funzionare all'interno di queste tradizioni e scuole, perchè tramandato da esseri realizzati che sapevano esattamente come condurre una nave in mezzo all'oceano in tempesta. Ci erano passati prima loro.

Per quanto riguarda noi, che viviamo qui in occidente, abbiamo assorbito e siamo venuti a conoscenza dei loro insegnamenti nel corso degli ultimi decenni, con lo sdoganamento delle tradizioni spirituali e questa sorta di "globalizzazione dello spirito" (che fa un po' ridere, detta così) e abbiamo prodotto, tra le altre cose, anche delle nuove linee filosofiche e di pensiero che integrano più correnti, quando prima tutto questo era secretato o comunque di accesso ristretto ai soli membri delle varie tradizioni.


Fortunatamente, comunque, in questo processo, gli insegnamenti non sono stati perduti o distorti, ma in qualche modo valorizzati e resi più accessibili e chiari.


Siamo nel bel mezzo di un grande cambiamento di sistemi, in generale, e così cambia anche il metodo di trasmissione delle cose dello spirito.
Si raggiunge una banda di frequenza di informazione ed energia che prima era fuori portata, ed è un cambiamento naturale connaturato alla pressante e presente voglia di liberazione e di libertà di tutti noi.  


Ed è proprio attraverso questo movimento oltre i confini stabiliti finora che le posizioni si ricollocano, le barriere cominciano a cadere, le ostruzioni del pensiero si allentano, le cose si riconducono tutte alla loro sorgente, che dimora in ognuno di noi. 


In tutto questo, si fa spesso molta confusione a causa della competizione fra i vari metodi, con il pretesto che uno sia meglio dell'altra. Ma il futuro va sempre più verso l'integrazione e la condivisione, e gli antichi insegnamenti divengono più che mai attuali.
A dimostrazione e a riprova che il tempo, come noi lo concepiamo, esiste solo nella nostra mente e nella nostra percezione.


Penso che la disponibilità così grande di insegnamenti sia, indipendentemente da tutto, una cosa buona, se il cuore di chi ci si avvicina è sincero. 


Un cuore sincero è, per me, un cuore che decide di rimanere aperto e senza confini, "come la vastità dello spazio" (per riprendere un concetto buddhista che amo molto), che non teme di sbagliare o di cadere, ma rimane sempre vigile alla possibilità che possa non aver compreso quello che i maestri cercano di dirci, da sempre.  


Le persone così, rischiano di essere sempre alla ricerca (spesso intellettuale), ma, cosa più importante, rimangono a disposizione per ascoltare meglio quello che ancora non hanno colto.

In questo movimento di apertura, piano piano, subentra una volontà che, sempre di più, si distacca dal volere o dai capricci del'ego che, alla fine, verrà riassorbito nella vastità del Cuore.
Ed è così che ci allineiamo al nostro vero scopo.

E non importa come arriveremo là dove pensiamo di dover arrivare, perchè quello che il nostro Sè ha deciso di imparare, ci verrà messo ripetutamente davanti con precisione chirurgica, fino a che non ne saremo venuti a capo.

Dipende poi da noi se lo vogliamo realizzare nella sofferenza o nella gioia. Ma ogni resistenza alla fine si dimostra inutile, quando il cuore chiama.

Ed ecco che l'insegnamento, in realtà, è sempre uno solo, che comprende tutti gli altri: quello che la tua vita ti porta a realizzare, indipendentemente da cosa ne pensi.

La vita di ognuno di noi è un'insegnamento di saggezza, anche se non lo vogliamo, non lo vediamo o non lo prendiamo in considerazione. 


Ed è sempre, esattamente quello che ci serve in questo momento.
















martedì 23 giugno 2015

Intro

Questo blog tratterà prevalentemente di spiritualità, di mie riflessioni e opinioni personali basate sulla mia esperienza. 

La spiritualità, per come la intendo io, deve avere una valore pratico, accessibile e verificabile. In altre parole: deve funzionare. Deve produrre degli effetti percepibili sulla nostra realtà.

Nel momento in cui comprendiamo veramente e profondamente qualcosa, quel qualcosa entra a far parte del nostro modo di vivere la vita. 
Che siano concetti, idee, punti di vista o esperienze, il nostro mondo cambia insieme a noi. 

Se questo non si verifica, significa che stiamo "sbagliando" qualcosa. 
Se non stiamo meglio di prima, banalmente, qualcosa non va.

In questi casi, forse non siamo realmente motivati e non vogliamo davvero quello che si chiama "la fine della ricerca", ma ci dedichiamo alle cose spirituali solo per scappare da una realtà che la maggior parte di noi - anche inconsciamente - non condivide. O forse ci applichiamo, ma senza ancora risultati così palesi ed evidenti. O ancora, le cose funzionano per un po', temporaneamente, ma alla fine ritorniamo nel solito vecchio schema, nel vecchio modo di vivere.

Comunque stiano le cose, questo è un viaggio che, anche inconsapevolmente, tutti noi facciamo, non fosse altro perchè non possiamo farne a meno. 

Ognuno di noi è alla ricerca della felicità, della libertà, dell'amore e della gioia. Anche se non lo sa.

La differenza tra la quotidianità e la spiritualità è che, nella prima, tutte queste cose le cerchiamo all'esterno, fuori di noi. Nella seconda, le cerchiamo dentro.
Si tratta quindi di un viaggio interiore, di un viaggio all'interno, nelle profondità di noi stessi.

Io mi occupo di queste cose da ormai 15 anni. Ho frequentato diverse scuole, tanti corsi, ho letto molto e altrettanto ho praticato.

Ho avuto delle realizzazioni, più o meno piccole e più o meno grandi. 
E, per ora, ho tratto le mie "conclusioni".
Che non sono niente che possa sembrare una fine, perchè una fine non c'è, mai. 

E' sempre tutto "work in progress", ma è sempre una gioia più grande ogni volta, che ci fa assaporare sempre un po' di più la nostra vera natura. 

Fino a che non lasceremo andare quello che pensiamo di essere, per essere ciò che siamo.

Non ho pretese di autorità o di verità. 
Quello che scriverò qui ha a che fare con la mia esperienza, con il mio percorso e il mio viaggio interiore.
Se potrà essere utile a qualcuno, ne sarò felice.

Grazie per l'attenzione.

E se vorrai partecipare e condividere sei il benvenuto!